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La Taverna dei Tre Gufi, Malanghero (To), venerdì 12 giugno 2009

Spesso, girovagando, si può incappare in qualche piacevole sorpresa culinaria, un luogo in cui dimenticare la città che sta a pochi chilometri di distanza per ritrovare la semplicità ed il sapore di una cucina genuina. Questo è il caso della Taverna dei Tre Gufi, a Malanghero, poco distante da Caselle Torinese. L’insegna è piccola, solo i ghiottoni possono scorgerla dalla strada principale, che attraversa il paese tagliandolo a metà. Tutti gli altri, quei pochi che viaggeranno lungo questa vie di campagna, ci passeranno davanti distrattamente. Ma essi non sapranno ben quantificare la perdita.
Il locale, presumibilmente a conduzione familiare, è piccolo, ma curato. Entrata che da sulla prima sala e sul bancone del piccolo bar, due sale poco più in là, un bel dehor estivo. Non appena arrivati, ci fanno accomodare nella terza saletta, quello del camino: i tavoli sono ben distanti, le tovaglie perfettamente pulite ricordano molto le cene casalinghe della domenica, quelle del corredo buono. Piccolo particolare, le sedie di legno impagliate. In un tempo in cui si vedono sedie di ferro battuto, vetro o plastica, un sano ritorno alle origini fa bene. (Fanno un po’ meno bene alle gambe di Valeria, che sfoggiava un tatuaggio dell’impagliatura favoloso.)
In pochi minuti, giusto il tempo di ambientarsi, arriva il cameriere che ci chiede se è la prima volta che siamo loro clienti e ci spiega la loro filosofia culinaria. Menu variabili di giorno in giorno, con una specialità, i risotti. Fra i piatti forti, i tomini di Chiaverano, il salame di tonno, il fassone. Noi ordiniamo come antipasto un carpaccio di fassone piemontese con salsa di acciughe, per il primo optiamo su un mix del giorno (risotto con pistilli di zafferano, fiori di zucca e salamella + ravioli agli asparagi con erba cipollina), mentre per il secondo andiamo sicuri su un sanato in casseruola con funghi di campo. Per la scelta del vino, notevole carta, specializzata sui grandi rossi piemontesi, ma con qualche puntata interessante in Toscana. Piacevole la presenza di cantine non sfacciatamente commerciali, ma più ricercate e curiose. Dopo questi elogi, però, decidiamo di puntare su un Nebbiolo Pio Cesare 2006, onesto e adatto al menu della serata.
Iniziamo con il fassone. L’impiattamento è semplice, quasi a testimoniare che il vero piatto forte non è quello visivo, ma quello gustativo. Ed in effetti, così è. Il fassone, annegato in una salsina di acciughe, si riempie di corpo in bocca ed il taglio molto buono lo rende assai morbido. Non c’è che dire, è un gran piatto con una ottima materia prima, specie la salsa, che ricorda un poco la bagna caoda, solo senza aglio. L’inizio è stato piacevole, anche grazie all’aiuto di un comparto panetteria di buon livello. I rubatà particolarmente croccanti e non prepotenti hanno permesso al fassone di dare il meglio.
Continuiamo con il mix di primi. Devo ammettere che da folle cuoco di risotti, la mia curiosità era tanta. Il risotto arriva in una pirofila di terracotta, da cui io e Valeria divideremo amorevolmente il cibo, come fossimo a casa. Cottura ottimale, zafferano di grande levatura, fiori di zucca tagliati julienne sopra il risotto e salamella, rendono questo piatto uno dei migliori risotti mai assaggiati. Il profumo ed il sapore che emanano si sposano benissimo con il Nebbiolo e rendono l’assaggio un’esperienza da riprovare più volte. Il secondo assaggio arriva poco dopo, ma era difficile superare il punteggio di un piatto come il risotto. Ed infatti, il risultato è completamente differente. I ravioli agli asparagi, saltati con l’erba cipollina ed una noce di burro, hanno una buona cottura, ma la prepotenza dell’asparago sovrasta gli altri ingredienti. Peccato, forse bastava mettere solo un poco più di erba cipollina. O forse, opzione che propongo, meglio darsi solo ai risotti.
Poco dopo, arriva il secondo. Il sanato, carne giovane e priva di grasso vivo, è facile da cucinare, ma povera di sapore. Meglio quindi, abbondare con gli aromi. E così hanno fatto ai Tre Gufi, rendendo speciale un piatto in realtà un po’ anonimo. Lo spezzatino di sanato sembra fatto dalla classica nonna dei film ed è davvero interessante.
Dopo tutto ciò, perché non provare la carta dei dessert? Che poi, di carta non si tratta, dal momento che tutti sono fatti quotidianamente e poi raccontati ai clienti. Fra le varie proposte, più di otto, scegliamo un gelato alla menta con scorzette d’arancio (Valeria) e cioccolato caldo e delle fragole con crema pasticcera e aceto balsamico (Fabrizio). Devo ammettere che l’accostamento che ho scelto m’intrigava molto e non mi sbagliavo: è difficile trovare una crema pasticcera di livello elevato, ma quella dei Tre Gufi era proprio notevole, come anche le fragole, piccole ma sode e saporite. Discorso analogo per il dolce di Valeria, in cui caldo e freddo giocavano come la menta ed il cioccolato, ricordando il sapore delle praline che hanno reso celebre Godiva. Il tutto innaffiato da un Barolo chinato di Schiaverza (Valeria) ed un Marsala (Fabrizio), buoni a livello ritiro della patente.
Che dire? La Taverna dei Tre Gufi è un luogo quasi sconosciuto, ma che vale la pena visitare. Il conto, per la nostra cena, è di 80 euro, assolutamente meglio di tanti altri locali che abbiamo visitato e del tutto giustificato dalla qualità complessiva. Lontano dalla città, lontano dalla fretta, lontano da una cucina che ricorda la molecolarità per via delle dimensioni delle portate, esistono tutti i gufetti di varia foggia e grandezza che vi terranno compagnia in una delle cene più interessanti che potrete fare.

Plin perfetto cercasi

plinn2 Cena di laurea per festeggiare la sottoscritta…da Arcadia, naturalmente…
 Menu subalpino per entrambi.
 A breve il racconto della serata…con dovizia di particolari.
 Sappiate solo che la nostra ricerca verso il plin perfetto si stava avvicinando alla conclusione con i plin  dell’Arcadia.
 Per un attimo mi è parso d’essere in presenza del plin (quasi) perfetto…

Una cena da 110 euro per una laurea da 110 e lode. Non fa una piega…;)

 

smorRieccoci.
Scusate, i relatori della tua tesi non aspettano, soprattutto se capiscono che preferisci andare a cena fuori e recensire il posto in cui sei andato piuttosto che consegnare l’ultimo benedetto capitolo della tesi.
Quindi, con la tesi finalmente a posto e la discussione incombente, parliamo della cenetta per un San Valentino anticipato, il 6 febbraio 2009. Non amiamo in realtà festeggiare il santo patrono degli innamorati, è solo una scusa come un’altra per uscire a cena, ovviamente.
Luogo, Hosteria del Vecchio Macello, a Ceretta di San Maurizio Canavese (comodissimo anche per chi viene da Torino, ovvio che essendo a 3 minuti da casa mia per me lo è ancora di più, ehehe.)

 

Un luogo dall’arredamento molto caldo ed accogliente, luci soffuse, ma come ambiente adattissimo anche a cene più formali. Il personale è gentile e disponibile, sempre con il sorriso, molto professionali ma allo stesso tempo molto simpatici, ti mettono a tuo agio. Il menu cambia spesso, ecco perchè non c’è una carta ma è tutto scritto su di una lavagna nera. Simpatico e semplice. Un menu relativamente corto, ma denso di tradizione e ricercatezza.

Abbiamo in realtà scoperto il locale quasi per caso, una sera di fine settembre in cui volevamo bere una bottiglia di buon vino e mangiare qualche stuzzichino a tarda ora, cioè verso le 22:30…ci accolsero con simpatia nonostante la richiesta inconsueta, e da lì siamo poi ritornati a cena con calma qualche volta.
L’occasione della cena del 6 mi pareva invece ottima per parlare del posto, visto che ci siamo anche addentrati nel magico mondo dei dolci, mai sperimentati prima in questo ristorante.

Schematicamente, l’elenco di quanto ordinato (e mangiato):
Crostino caldo con lardo – aperitivino offerto dalla casa con un bicchiere di bianco -
Vino scelto dall’infallibile Fabrizio: Nebbiolo Pio Cesare del 2006 (24 euro)
Valeria: Insalata di carne cruda di bue alla piemontese (14 euro)
Agnolotti tradizionali al sugo d’arrosto (12 euro)
Fabrizio: Agnolotti tradizionali al sugo d’arrosto (12 euro)
Tournedos di fassone al cognac con crema ai grani di senape (20 euro)
Mousse all’arancia siciliana con Grand Marnier con mousse di cioccolato bianco guarnita da una fragola ricoperta di cioccolato e crema al cioccolato fondente (io)
Torta ai tre cioccolati (bianco, al latte, fondente) con crema alla vaniglia e guarnita con rametto di ribes (Fabri)
Caffè servito con micro dolcino alla nocciola (tipo un croccante) in bicchierino con vassoietto.

Inizio dal servizio: come dicevo prima riguardo al personale, anche il servizio nella sua interezza è stato impeccabile. Ovviamente, ormai conoscendoci, i camerieri si lanciano in qualche battuta, consiglio, chiacchiera, ma questa è una cosa che fa più che piacere. Benissimo il servizio del vino, a partire dalla carta dei vini che più che un menu sembra un album di foto di nozze, in carta spessa color crema rilegato come un libro antico…favolosa. Pesa anche a tenerla in braccio, fate voi.
Il locale, oltra ad una parata di bottiglie e decori vari, presenta un angolo da cui si può vedere la cucina (segno questo, a parer mio, che non hanno alcuna magagna da nascondere!) e uno scaffale incassato in cui sono presenti diversi cataloghi di case vinicole, la guida Michelin, la guida del Gambero Rosso, e chi più ne ha più ne metta.
I piatti sono composti in modo curato ed elegante, ma allo stesso tempo semplici, sobri, e le porzioni non sono assolutamente da canarino. Si mangia, eccome.
Fabrizio -gran pignolo – ha storto per un attimo il naso perchè gli agnolotti erano troppo caldi, ma come dice il galateo, non ci abbiamo soffiato sopra e ne abbiamo approfittato per fare due amorevoli chiacchiere. Ahimè, ma questa è una mia nota esclusivamente personale, la luce così soffusa può causare fenomeni di leggero abbiocco se uscite da una settimana pesantuccia, complice anche il vino…ma sinceramente l’ho trovato molto rilassante e mi sono proprio concentrata molto sui piatti e sulla loro composizione.
La mia insalata di carne cruda di bue alla piemontese si presenta invece come una -enorme- porzione decorata con scaglie di parmigiano e olio a piacere (che ho messo, lo ammetto): la carne, tenerissima, era battuta a coltello, se non erro, ed era davvero piacevole da mangiare senza ausilio di grissini o pane, che però campeggiavano a mo’ di bouquet dentro un cestino (e mi dispiaceva anche un po’ rovinarne l’effetto, vero).
Il piatto più articolato era di Fabri, il tournedos di fassone. Un ottimo taglio di carne, tenerissimo e magrissimo davvero, cotto poco più che al sangue – o forse al sangue e basta – e ricoperto di una leggera ma consistente crema dal sapore deciso, con lieve retrogusto dolce, la crema ai grani di senape, appunto. La crema era talmente leggera ma importante da quasi impregnare la carne. Decisamente eccellente, seppur, a mio parere, un po’ pesante da arrivare fino al fondo del piatto. Nel senso, io non so se dopo un piatto di agnolotti come quelli appena mangiati ce l’avrei fatta a finirla, ecco. Fabri, se non ricordo male, non ha avuto di questi problemi. ;)
Fin qui, tutto bene. Stra coccolati, con grazia e discrezione.
Passiamo ai dolci. Qui posso dire di aver trovato una cura eccezionale nella composizione del piatto e nella costruzione degli abbinamenti, talvolta azzardati quasi. Raramente ho finito un dolce dopo una cena già sufficientemente abbondante, perchè magari il dolce era troppo dolce e mi nauseava. Qui no, nonostante le nostre scelte fossero cadute su gusti difficili da non rendere pesanti.
La mia mousse si presentava come una pallina bianca simile come consistenza al gelato, ma più calda e “pannosa”, dal sapore di cioccolato bianco misto ad arancia, nelle giuste proporzioni tali da non nauseare nessuno. Il tutto guarnito da una “svirgolettata” di cioccolato fondente (ottimo il contrasto), e una fragola ricoperta di cioccolato fondente che mi ha riportato con la mente a Parigi, e alla cioccolateria Godiva…
Il dolce di Fabri era ancora più complesso, essendo composto da 3 strati diversi di cioccolato, di “gradazioni” di dolce diverse, di consistenza simile alla mousse, ma più compatta. Il tutto con un micro laghetto di crema alla vaniglia e dei rametti di ribes, da mangiare -secondo me- insieme alla torta, per dare un giusto contrasto dolce/amarognolo.
Non c’è che dire, cena di prim’ordine, da cui esci soddisfatto e proprio sazio, al limite.
Una nota per chi come me guarda in un locale anche e soprattutto i bagni: eccezionali e davvero curati.
Nota “dolente” (per Fabri, che ha pagato), il conto: 108 euro di cui 26 euro che comprendono i due dolci, il coperto, acqua e caffè. Ma stavolta in effetti abbiamo proprio esagerato, ora come ora mi fermerei anche solo agli agnolotti!
Un sunto? da tornarci, ancora, ancora e ancora. Con la scusa che tanto il menu cambia sempre, ed è quindi sempre una sorpresa.

Arcadia, Torino

logobIl buon Pauta ci ha sgridato.
Dice che finora abbiamo recensito dei ristoranti “normali”, quasi insulsi, rispetto ai posti “fighissimi” in cui di solito bazzichiamo. Che dire? Pauta ha ragione. Giriamo per locali continuamente, per diversi motivi, non solo per nostra personale golosità…eppure finora nessun accenno a questi meravigliosi luoghi. Ha ragione Pauta ed ora rimediamo.

Iniziamo con la recensione di un locale storico, almeno per la mia storia personale.
ARCADIA.
Già il nome suggerisce luoghi paradisiaci, luoghi fuori dal mondo conosciuto, in una dimensione estranea. E’ un po’ cosi’ in effetti.
ARCADIA.
Galleria San Federico, il numero non lo so, ma tanto insieme a Baratti & Milano è l’unico dentro la galleria. Il primo sushi bar a Torino, nel senso che è stato il primo a credere nell’avventura nipponica innestata nella capitale del gianduiotto e dell’acciuga nella bagna caoda. Facendo due conti così, su due piedi, sono circa 15 anni che vado all’Arcadia. 15 anni sono tanti. Andavo da piccola con i miei, quando ancora nella salettina al fondo si fumava e mio papà si divertiva come un matto. Andavo con mia mamma all’ora di pranzo, quando lei usciva di corsa dall’ufficio e con qualche ticket si mangiava benissimo e ci servivano e riverivano come solo in pochi posti fanno ancora.
Ma bando ai ricordi smielati. Parliamo dell’ultima volta in cui io e Fabri ci siamo stati, cioè martedi 27 gennaio 2009.
Prenotato per le ore 20… Suoniamo, entriamo, ci prendono i cappotti, ci accompagnano al tavolo. Un comodo, elegante seppur semplice tavolo rotondo, finalmente enorme. Non quei tavolini da due in cui se metti la bottiglia del vino, dell’acqua ed il pane devi mangiare con il piatto sulle gambe e non riesci nemmeno a vedere il volto del partner a meno di non fare lo slalom tra le bottiglie. No, no. Un enorme tavolo rotondo con tutto il posto del mondo, rilassante e che ti mette a tuo agio. Qui non si mangia scomodi.
Già solo questo, voto 10 e lode.

Un bicchiere di vino bianco offerto dalla casa ci fa da aperitivo.
Arrivano i menu: sono due, uno bianco e uno nero, quello bianco per il sushi che chissà perchè rimane chiuso. Apriamo entrambi il menu nero, con nota eccezionale: il mio menu, cioè quello della dama, non ha i prezzi segnati. Quello del mio quasi consorte, si. Ditemi ora, quante volte vi è capitato di andare in un ristorante di medio- alto target ed avere il menu diverso da uomo a donna?
Voto 10 e lode. Di nuovo.

Il menu subalpino, 5 portate e 40 euro a cranio, bevande escluse, ma caffè e coperto inclusi, lo scartiamo. Semplicemente perchè se non sei sicuro di farcela a finire tutto piangi sulla spalla del cuoco perchè ti spiace o rischi il colpo perchè mangi lo stesso. Come fai a dire di no? Tuttavia, optiamo per piatti singoli. Io ho scelto per un antipasto, una sottilissima di fassone all’acetosella con misticanza; come secondo, una tagliata di vitello piemontese con ginepro. Fabri va di primo e secondo: gnocchetti di castagne con verza e guanciale, e tagliata anche per lui. I prezzi non sono elevatissimi: sui 10 euro il mio antipasto e sui 15 la tagliata (ci può stare come prezzo…allineato abbastanza con gli altri ristoranti), gli gnocchi intorno ai 12 euro. Per il vino la scelta cade su un classico, Nebbiolo di Ratti, Occhetti 2007, per un totale di 28 euro.
Piccola nota di demerito sul cameriere che ci ha portato il vino: non ci ha fatto vedere la bottiglia chiusa prima di aprircela davanti agli occhi. Ok, è da pignoli. Ma in un locale così ti devi aspettare un pò di pantomima, d’altra parte ormai anche in locali più ‘normali’ capita che un cameriere particolarmente zelante mostri la buta. Va beh. Dovevo dirlo per forza. Fabri ci era rimasto male.

La sottilissima di fassone non si può quasi descrivere…appoggiata su un pouf di insalata mista e ricoperta di listelline sottili di porro (?) fritto, un filo d’olio e via. Niente sale con cui aggiustare, niente pane con cui coprire un gusto troppo forte. Gusto deciso ma completo, e la carne si scioglieva in bocca.
Gli gnocchetti arrivano: sono di un giallino curioso (forse del curry?) e hanno una buffa fetta di guanciale in centro, a mo’ di pennacchio. Curiosi. E buonissimi. La pasta era morbida ma non aveva l’effetto chewing gum, un filo di panna per amalgamare il pizzico di curry e la verza..et voilà.
Voto: 10 e lode. Anche se Fabri continuava a dire che mancava un po’ di sale.

Arriva la tagliata: piatto quasi disadorno un po’ minimalista – chic…un taglio strano di carne adagiato su una foglia di radicchio e cosparsa di una salsina scura (ginepro). Quattro fettine di carne, rosa, non rossa, succulenta, magrissima e tenerissima. Poesia davvero. Il ginepro non disturbava e non copriva il gusto della carne, il radicchio se ne stava al suo posto impassibile…Senza parole, non riesco ad aggiungere altro.
Voto 10 e lode.

I dolcini: arriva la carta, e ci portano un pre – dessert, che consisteva in un micro-bicchierino di mousse al cioccolato aromatizzato alla cannella con granella di nocciola. Un assaggino tanto per gradire.
10 e lode, di nuovo e non mi stanco di dirlo.
Fabri opta per una classicissima mousse al gianduia, piatto storico della casa…io per una bavarese ai frutti di bosco con biscuit e crema chantilly. Peccato per le dimensioni, perchè neanche gli ingegneri dell’Ikea sarebbero riusciti a farmi stare più di mezza bavarese nello stomaco…niente da fare, ormai tra vino e pietanze non riuscivo a finirla…con somma tristezza, rinuncio.
Voto 10 e lode lo stesso, anche se i frutti di bosco mi pizzicano un po’ la lingua… Anche la mousse era ottima: presentata a mo’ di budino ricoperto di salsa al cioccolato e granella di nocciole…ciao colesterolo. 10 e lode e via.

Fabri chiude con un caffè.
Io chiudo – un filo alticcia – standomene seduta a rimirare il locale…sempre uguale ma sempre maledettamente perfetto…la cura dei particolari, le luci,l’atmosfera, la musica di sottofondo…non è un locale che stanca, non è un locale che delude. A pranzo ideale per un monopiatto con le amiche o le colleghe…a cena con il fidanzato, i genitori…il luogo ideale sempre, da sempre.
Voto totale: 10 e lode con 99 euro tondi tondi in due. Tra i meglio spesi.

Arcadia non delude mai.

Il cibovagare, si sa, spesso porta a brutte conseguenze, specie quando si sale sulla bilancia. Eh si, quando si torna da un lungo periodo festivo, è usuale ritrovarsi zavorrati di un paio di chili. Io non sono esente da questo e quindi, di comune accordo con Valeria, ho deciso di razionalizzare un po’ le uscite culinarie. Questo non vuol dire però evitar di andar alla ricerca di posti carini, con una buona cucina e rigorosamente lontani dalle stelle. Mi è capitato più volte di cenare in ristoranti stellati ed un buon 60% di essi offrono una grande atmosfera, un eccellente location, ma anche una cucina povera di calore. Un po’ come quando si entra al Moma di New York: tantissime opere d’arte che colpiscono, ma che non danno la giusta dose di emozioni.
Questa è la volta dello Stars & Roses, in piazza Paleocapa 2/D a Torino, fra piazza Carlo Felice e via XX settembre, proprio di fronte alla celebre gelateria GROM. Anche questo ristorante (con servizio pizzeria) è aperto solamente la sera, dalle 19.30 in poi, e di certo non si distingue per un ingresso ricercato, anzi. Passandoci distrattamente davanti si potrebbe quasi immaginare che sia un negozio di antiquariato, ma ad una più attenta occhiata si scorge il menu. Trovar un posto non è difficile, ma è meglio prenotare almeno con un paio di ore d’anticipo.
Io e Valeria ci siamo andati quasi per caso, una domenica di metà dicembre, per di più senza prenotare. La proprietaria, con molta gentilezza, ci ha fatto accomodare al piano superiore dandoci la possibilità di scegliere la sala che più ci aggradava. Infatti, una delle particolarità del locale sono proprie le sale: tutte con un tema cromatico differente. Optiamo per la sala blu (ma c’è anche bianco, rosso, rosa, verde) e ci accomodiamo in un ampio tavolino, attiguo ad un divano ad angolo: Valeria infatti si siede su di esso, ovviamente di colore blu. Dopo due minuti la cameriera giunge da noi portandoci il menu, molto ben fatto, con annessa carta dei vini. Basta una rapida carrellata visiva dei piatti, che scorgiamo i nostri amati plin, nella variante al sugo d’arrosto. E’ fatta, decidiamo entrambi per loro, con annessa una bottiglia di Nebbiolo Occhetti 2004 di Prunotto, un classico che si abbina perfettamente, secondo i nostri gusti, al plin. L’apertura del vino è corretta, la cameriera disponibile e si preoccupa lei di versarlo. Sembra incredibile, ma ormai è diventato difficile, fuori dai circuiti stellati, trovar luoghi dove ancora aprono una bottiglia nel modo canonico.
Giusto il tempo di poter assaporare il pane, in due differenti varianti, che in meno di dieci minuti arrivano i nostri piatti. Le porzioni sono abbondanti, la fattura del plin è quella moderna, con il “pizzicotto” più stretto e lungo, rispetto al normale plin langarolo. La pasta, con cottura al dente, è accompagnata da un sugo d’arrosto non troppo liquido e da un rametto di rosmarino fresco: un’impiattamento molto semplice, ma d’effetto. Il sapore non è eccessivamente salato e può risultare adatto a tutti.
Soddisfatti, ma non ancora appagati a pieno, decidiamo di ordinare ancora una semplice tagliata di manzo con rucola, accompagnata da alcune patate al forno. Dato che non eravamo poi così affamati, chiediamo se potevano dividerla. Prontamente arrivano due piatti con mezza tagliata a testa: per fortuna che abbiamo deciso di dividerla, data la grandezza! Cottura al sangue, pochissimo grasso e rucola freschissima, davvero un ottimo taglio di carne. Anche le patate erano notevoli, forse un po’ dolci per i miei gusti, ma di certo con una sapiente cottura. Troppe volte ho ordinato delle umili patate per poi ritrovarmi della purea…
Concludiamo con un caffè, saltando a piè pari il dolce a causa della mancanza di spazio. Anche in questo caso, è diventato complicato trovar un caffè di buon livello in un ristorante. Per fortuna, allo Stars & Roses così non è: buona miscela, ottima preparazione, gran sapore. Chiediamo il conto e non ci sono sorprese: 58 euro tondi tondi per tutti e due.
Considerando la posizione centrale, la particolarità del locale e la qualità della cucina (comprendenti numerose variabili vegetariane e fusion), il prezzo è corretto. Un ristorante da consigliare? Se si vuol stupire qualcuno o passar una serata romantica, non pagando troppo, lo Stars & Roses potrebbe essere il vostro prossimo locale.

A causa del freddo spaziale presente nella ridente città francese, optiamo per trascorrere il capodanno tra noi, tutti picci picci in camera del nostro delizioso hotel. Nel caso, si farà passeggiata verso la mezzanotte o dopo. Con Fabri con un piede gigio, è praticamente impensabile di trascinarci fino agli Champs- Elysées, e trovare un taxi la notte del primo dell’anno ci suonava molto di terno al lotto.
Ergo, decidiamo di fare un po’ di spesa alle Galeries Lafayette Gourmet, una sorta di Eataly alla francese, se vogliamo.
Ecco quindi il nostro ‘micro-mini-menu’ di Capodanno:
- Tacchino affumicato a fette;
- Stuzzichini di salame;
- Apéricube (Fabri ne va matto e ha scoperto grazie a me che li vendono pure in Italia…:)) gusto ‘vacanze in toscana’, e cioè olive e compagnia;
- Pane a cassetta fresco fresco;
- Mini Président: lo ammetto, io sto malissimo se mangio queste cose con il latte, ma sono troppo golosa per trattenermi;
- due bottigliette di Smoothie a gusti vari (tanto per gradire);
- una buffa bottiglia d’acqua a forma di palla, OGO, che ho poi scoperto essere acqua aromatizzata al lampone e frutti rossi, usata, secondo Fabri, da tutte le modelle. Tant’è, adoro le bottiglie e questa è buffissima.

Vini:
- Chateauneuf-du-Pape del 2007, rosso, circa 30 euro;
- Champagne Alfred Gratien, anche questo sui 25 euro.

Optiamo poi per il Sushi: io prima lo allontanavo nauseata, da quando invece l’ho assaggiato con la salsa di soia devo dire che mi ha fatto letteramente impazzire. Ecco perchè ci siamo poi tuffati dentro Sushi Wasabi, piccola catena che avevamo vicino l’hotel.
Si aggiunga quindi al menu di Capodanno ancora:
- 8 shake maki, cioè i roll di salmone (unica cosa che mangio);
- 4 ravioli al maiale e gamberetto;
- 4 ravioloni con maiale;
- 15 pezzi di sushi e sashimi misto.
Il tutto innaffiato da litri di salsa di soia e altre salsine, anche se queste ultime io non le ho toccate, e penso nemmeno Fabri.

Il vino era assolutamente geniale. Io ho talmente gradito la cena al calduccio che sono crollata e ho dormito per un pochino prima dei festeggiamenti. Ok, forse complice anche il vino, 14 gradi di bontà.

Panciotta piena e deliziata con cose che ci piacevano tanto, vini deliziosi e un primo dell’anno iniziato davvero molto molto bene. :)

Starbucks rulez

Lo so. Lo so.
Noi italiani abbiamo il CULTO del bar.
Noi torinesi, ancor di più, con le belle sale da the -di gusto vagamente parisien- e i locali storici barocchi che pervadono il centro.
Però.
Però quando sono, anzi siamo, all’estero, la Starbucks mania ci prende. Per carità, non lo sostituirei mai con il cappuccino e il croissant del mio bar di fiducia. Ma vuoi mettere al mattino scendere da Starbucks e prenderti i pancakes con tanto caramello sopra? con un bel the caldo? Il bello è questo: ti senti sola magari, sei in un Paese che non conosci, il tempo è brutto e la tua famiglia e tutto ciò a cui tieni ti sembrano maledettamente lontani. Magari piove pure, oltre ad esserci quel tempo scuro ed uggioso che ti fa sentire vicina ad un emo.
Ma poi entri da Starbucks: lì usano la lingua franca per eccellenza. Potranno pronunciarti malino alcune parole, ma chissà come, riesci sempre a fari capire e ad ottenere ciò che vuoi. Pancakes al caramello e un the. Per non parlare della classica cup-of-coffee (tall, obiouvsly!), magari accompagnata con una ciambella di simpsoniana memoria. Sarà che eravamo davvero contenti di ritrovar Starbucks a Parigi, ma ogni mattina la prima tappa delle nostre avventure claudicanti iniziava proprio con un black-coffee-tall.
Peccato non poter godere di tali coccole anche in Italia…ma niente frappuccino. Per quello ci vuole fegato, in tutti i sensi.

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