Rieccoci.
Scusate, i relatori della tua tesi non aspettano, soprattutto se capiscono che preferisci andare a cena fuori e recensire il posto in cui sei andato piuttosto che consegnare l’ultimo benedetto capitolo della tesi.
Quindi, con la tesi finalmente a posto e la discussione incombente, parliamo della cenetta per un San Valentino anticipato, il 6 febbraio 2009. Non amiamo in realtà festeggiare il santo patrono degli innamorati, è solo una scusa come un’altra per uscire a cena, ovviamente.
Luogo, Hosteria del Vecchio Macello, a Ceretta di San Maurizio Canavese (comodissimo anche per chi viene da Torino, ovvio che essendo a 3 minuti da casa mia per me lo è ancora di più, ehehe.)
Un luogo dall’arredamento molto caldo ed accogliente, luci soffuse, ma come ambiente adattissimo anche a cene più formali. Il personale è gentile e disponibile, sempre con il sorriso, molto professionali ma allo stesso tempo molto simpatici, ti mettono a tuo agio. Il menu cambia spesso, ecco perchè non c’è una carta ma è tutto scritto su di una lavagna nera. Simpatico e semplice. Un menu relativamente corto, ma denso di tradizione e ricercatezza.
Abbiamo in realtà scoperto il locale quasi per caso, una sera di fine settembre in cui volevamo bere una bottiglia di buon vino e mangiare qualche stuzzichino a tarda ora, cioè verso le 22:30…ci accolsero con simpatia nonostante la richiesta inconsueta, e da lì siamo poi ritornati a cena con calma qualche volta.
L’occasione della cena del 6 mi pareva invece ottima per parlare del posto, visto che ci siamo anche addentrati nel magico mondo dei dolci, mai sperimentati prima in questo ristorante.
Schematicamente, l’elenco di quanto ordinato (e mangiato):
Crostino caldo con lardo – aperitivino offerto dalla casa con un bicchiere di bianco -
Vino scelto dall’infallibile Fabrizio: Nebbiolo Pio Cesare del 2006 (24 euro)
Valeria: Insalata di carne cruda di bue alla piemontese (14 euro)
Agnolotti tradizionali al sugo d’arrosto (12 euro)
Fabrizio: Agnolotti tradizionali al sugo d’arrosto (12 euro)
Tournedos di fassone al cognac con crema ai grani di senape (20 euro)
Mousse all’arancia siciliana con Grand Marnier con mousse di cioccolato bianco guarnita da una fragola ricoperta di cioccolato e crema al cioccolato fondente (io)
Torta ai tre cioccolati (bianco, al latte, fondente) con crema alla vaniglia e guarnita con rametto di ribes (Fabri)
Caffè servito con micro dolcino alla nocciola (tipo un croccante) in bicchierino con vassoietto.
Inizio dal servizio: come dicevo prima riguardo al personale, anche il servizio nella sua interezza è stato impeccabile. Ovviamente, ormai conoscendoci, i camerieri si lanciano in qualche battuta, consiglio, chiacchiera, ma questa è una cosa che fa più che piacere. Benissimo il servizio del vino, a partire dalla carta dei vini che più che un menu sembra un album di foto di nozze, in carta spessa color crema rilegato come un libro antico…favolosa. Pesa anche a tenerla in braccio, fate voi.
Il locale, oltra ad una parata di bottiglie e decori vari, presenta un angolo da cui si può vedere la cucina (segno questo, a parer mio, che non hanno alcuna magagna da nascondere!) e uno scaffale incassato in cui sono presenti diversi cataloghi di case vinicole, la guida Michelin, la guida del Gambero Rosso, e chi più ne ha più ne metta.
I piatti sono composti in modo curato ed elegante, ma allo stesso tempo semplici, sobri, e le porzioni non sono assolutamente da canarino. Si mangia, eccome.
Fabrizio -gran pignolo – ha storto per un attimo il naso perchè gli agnolotti erano troppo caldi, ma come dice il galateo, non ci abbiamo soffiato sopra e ne abbiamo approfittato per fare due amorevoli chiacchiere. Ahimè, ma questa è una mia nota esclusivamente personale, la luce così soffusa può causare fenomeni di leggero abbiocco se uscite da una settimana pesantuccia, complice anche il vino…ma sinceramente l’ho trovato molto rilassante e mi sono proprio concentrata molto sui piatti e sulla loro composizione.
La mia insalata di carne cruda di bue alla piemontese si presenta invece come una -enorme- porzione decorata con scaglie di parmigiano e olio a piacere (che ho messo, lo ammetto): la carne, tenerissima, era battuta a coltello, se non erro, ed era davvero piacevole da mangiare senza ausilio di grissini o pane, che però campeggiavano a mo’ di bouquet dentro un cestino (e mi dispiaceva anche un po’ rovinarne l’effetto, vero).
Il piatto più articolato era di Fabri, il tournedos di fassone. Un ottimo taglio di carne, tenerissimo e magrissimo davvero, cotto poco più che al sangue – o forse al sangue e basta – e ricoperto di una leggera ma consistente crema dal sapore deciso, con lieve retrogusto dolce, la crema ai grani di senape, appunto. La crema era talmente leggera ma importante da quasi impregnare la carne. Decisamente eccellente, seppur, a mio parere, un po’ pesante da arrivare fino al fondo del piatto. Nel senso, io non so se dopo un piatto di agnolotti come quelli appena mangiati ce l’avrei fatta a finirla, ecco. Fabri, se non ricordo male, non ha avuto di questi problemi. ![]()
Fin qui, tutto bene. Stra coccolati, con grazia e discrezione.
Passiamo ai dolci. Qui posso dire di aver trovato una cura eccezionale nella composizione del piatto e nella costruzione degli abbinamenti, talvolta azzardati quasi. Raramente ho finito un dolce dopo una cena già sufficientemente abbondante, perchè magari il dolce era troppo dolce e mi nauseava. Qui no, nonostante le nostre scelte fossero cadute su gusti difficili da non rendere pesanti.
La mia mousse si presentava come una pallina bianca simile come consistenza al gelato, ma più calda e “pannosa”, dal sapore di cioccolato bianco misto ad arancia, nelle giuste proporzioni tali da non nauseare nessuno. Il tutto guarnito da una “svirgolettata” di cioccolato fondente (ottimo il contrasto), e una fragola ricoperta di cioccolato fondente che mi ha riportato con la mente a Parigi, e alla cioccolateria Godiva…
Il dolce di Fabri era ancora più complesso, essendo composto da 3 strati diversi di cioccolato, di “gradazioni” di dolce diverse, di consistenza simile alla mousse, ma più compatta. Il tutto con un micro laghetto di crema alla vaniglia e dei rametti di ribes, da mangiare -secondo me- insieme alla torta, per dare un giusto contrasto dolce/amarognolo.
Non c’è che dire, cena di prim’ordine, da cui esci soddisfatto e proprio sazio, al limite.
Una nota per chi come me guarda in un locale anche e soprattutto i bagni: eccezionali e davvero curati.
Nota “dolente” (per Fabri, che ha pagato), il conto: 108 euro di cui 26 euro che comprendono i due dolci, il coperto, acqua e caffè. Ma stavolta in effetti abbiamo proprio esagerato, ora come ora mi fermerei anche solo agli agnolotti!
Un sunto? da tornarci, ancora, ancora e ancora. Con la scusa che tanto il menu cambia sempre, ed è quindi sempre una sorpresa.