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A causa del freddo spaziale presente nella ridente città francese, optiamo per trascorrere il capodanno tra noi, tutti picci picci in camera del nostro delizioso hotel. Nel caso, si farà passeggiata verso la mezzanotte o dopo. Con Fabri con un piede gigio, è praticamente impensabile di trascinarci fino agli Champs- Elysées, e trovare un taxi la notte del primo dell’anno ci suonava molto di terno al lotto.
Ergo, decidiamo di fare un po’ di spesa alle Galeries Lafayette Gourmet, una sorta di Eataly alla francese, se vogliamo.
Ecco quindi il nostro ‘micro-mini-menu’ di Capodanno:
- Tacchino affumicato a fette;
- Stuzzichini di salame;
- Apéricube (Fabri ne va matto e ha scoperto grazie a me che li vendono pure in Italia…:)) gusto ‘vacanze in toscana’, e cioè olive e compagnia;
- Pane a cassetta fresco fresco;
- Mini Président: lo ammetto, io sto malissimo se mangio queste cose con il latte, ma sono troppo golosa per trattenermi;
- due bottigliette di Smoothie a gusti vari (tanto per gradire);
- una buffa bottiglia d’acqua a forma di palla, OGO, che ho poi scoperto essere acqua aromatizzata al lampone e frutti rossi, usata, secondo Fabri, da tutte le modelle. Tant’è, adoro le bottiglie e questa è buffissima.

Vini:
- Chateauneuf-du-Pape del 2007, rosso, circa 30 euro;
- Champagne Alfred Gratien, anche questo sui 25 euro.

Optiamo poi per il Sushi: io prima lo allontanavo nauseata, da quando invece l’ho assaggiato con la salsa di soia devo dire che mi ha fatto letteramente impazzire. Ecco perchè ci siamo poi tuffati dentro Sushi Wasabi, piccola catena che avevamo vicino l’hotel.
Si aggiunga quindi al menu di Capodanno ancora:
- 8 shake maki, cioè i roll di salmone (unica cosa che mangio);
- 4 ravioli al maiale e gamberetto;
- 4 ravioloni con maiale;
- 15 pezzi di sushi e sashimi misto.
Il tutto innaffiato da litri di salsa di soia e altre salsine, anche se queste ultime io non le ho toccate, e penso nemmeno Fabri.

Il vino era assolutamente geniale. Io ho talmente gradito la cena al calduccio che sono crollata e ho dormito per un pochino prima dei festeggiamenti. Ok, forse complice anche il vino, 14 gradi di bontà.

Panciotta piena e deliziata con cose che ci piacevano tanto, vini deliziosi e un primo dell’anno iniziato davvero molto molto bene. :)

Starbucks rulez

Lo so. Lo so.
Noi italiani abbiamo il CULTO del bar.
Noi torinesi, ancor di più, con le belle sale da the -di gusto vagamente parisien- e i locali storici barocchi che pervadono il centro.
Però.
Però quando sono, anzi siamo, all’estero, la Starbucks mania ci prende. Per carità, non lo sostituirei mai con il cappuccino e il croissant del mio bar di fiducia. Ma vuoi mettere al mattino scendere da Starbucks e prenderti i pancakes con tanto caramello sopra? con un bel the caldo? Il bello è questo: ti senti sola magari, sei in un Paese che non conosci, il tempo è brutto e la tua famiglia e tutto ciò a cui tieni ti sembrano maledettamente lontani. Magari piove pure, oltre ad esserci quel tempo scuro ed uggioso che ti fa sentire vicina ad un emo.
Ma poi entri da Starbucks: lì usano la lingua franca per eccellenza. Potranno pronunciarti malino alcune parole, ma chissà come, riesci sempre a fari capire e ad ottenere ciò che vuoi. Pancakes al caramello e un the. Per non parlare della classica cup-of-coffee (tall, obiouvsly!), magari accompagnata con una ciambella di simpsoniana memoria. Sarà che eravamo davvero contenti di ritrovar Starbucks a Parigi, ma ogni mattina la prima tappa delle nostre avventure claudicanti iniziava proprio con un black-coffee-tall.
Peccato non poter godere di tali coccole anche in Italia…ma niente frappuccino. Per quello ci vuole fegato, in tutti i sensi.

La Cantinella, Torino

Inizio l’avventura su questo nuovo blog, fatto di cibo, viaggi e divertimento. Un luogo (telematico) in cui un soggetto si può disintossicare dalla solita vita, pur sempre scrivendo. E’ questo il mio caso, dato che scrivere è forse l’unica cosa che so fare (pare…) bene.
Dopo tanti ristorantini parigini, è la volta di un piccolo, ma eccezionale angolo di Torino, tanto nascosto quanto basta per essere isolato ed indimenticabile. Si tratta de La Cantinella, in corso Moncalieri 3/A, a due passi dallo splendore sabaudo della chiesa della Gran Madre di Dio e dall’immaginifica Piazza Vittorio Veneto. Alla Cantinella vi troverete subito a casa, esattamente come noi, dato che lo abbiamo quasi eletto a nostro relais culinario. Il locale è aperto solo di sera, dalle 19.30 in poi, ed è meglio fare un piccola telefonata per prenotare un tavolo se si ha la possibilità. Subito entrati da una porta molto suggestiva, quasi irriconoscibile passando velocemente di fronte ad essa, siamo accolti dalla proprietaria, che ci fa accomodare al piano superiore, dove i posti sono molto più intimi, con candele a profusione e tovaglie di cotone a quadri rossi e bianchi. Le cameriere, porgendoci il menu, ci offrono un piccolo flute d’aperitivo a base di un ottimo prosecco, mentre ci sediamo. Io e Valeria siamo molto contenti quando ci coccolano, proprio come sanno fare alla Cantinella. Scorgiamo velocemente che sul tavolo è già presente un piccolo cacciatorino, pronto da spelare e tagliare. A fargli compagnia delle ottime pagnottine ancora calde di forno e dei crackers che ricordano molto le Michette di una nota marca commerciale.
Dopo circa cinque minuti che siamo al tavolo, arriva la nostra cameriera a prendere le ordinazioni. Il tempo di attesa è stato quindi molto poco. Ordiniamo semplicemente due piatti di agnolottini del plin con il sugo d’arrosto, il tutto inebriato da un Nebbiolo d’Alba di Cordero di Montezemolo. Vale la pena precisare che, da buoni torinesi, adoriamo il plin, così diverso dal classico agnolotto. Infatti, quest’ultimo, è molto più grosso della pasta che da il nome al nostro blog: il plin, tipico della tradizione langarola, è un piccolo raviolino ripieno di carne, con il caratteristico “pizzicotto” (il plin, appunto) fatto a mano per chiudere i lembi di pasta. La morte di questo fulcro della nostra esistenza è con un semplice, ma saporito, sugo d’arrosto. E mi spiace per tutti coloro che adorano la cucina molecolare, destrutturata e spaziale: un piatto di plin per noi sarà sempre il prediletto.
Tornando al ristorante, dopo un’attesa di dieci minuti, nella quale è giunto il nostro vino, aperto secondo il canone e versato nello stesso modo, arrivano i piatti. La fame non era molta, più che altro c’era la golosità di poter nuovamente assaporare dopo alcuni mesi quei fantastici agnolottini. Ed in effetti, tutte le premesse sono state esaudite. Cottura al dente, sugo d’arrosto denso al punto giusto, sapidità corretta e materia prima davvero notevole hanno reso grande una cena, assieme alla fortunata scelta del vino, legatosi perfettamente con il plin.
Finita l’estasi culinaria, è arrivato il momento di chiedere al nostro stomaco se c’era ancora spazio per un piccolo dolce. Spazio che c’era, dato che il sottoscritto ha scelto un semifreddo al torrone e mandorle tostate con cioccolata calda, mentre Valeria ha optato per una fetta di torta al cioccolato e cocco, fatta in loco e non comprata da terzi. Entrambi i dolci sono stati assai graditi, sia dal punto di vista delle materie prime, che della preparazione semplice, ma efficace.
Concludiamo con un caffè, portato con un piccolo cioccolatino, in una tazzina di vetro molto scenografica. Ed ecco l’ennesima sorpresa di un locale da consigliare: un caffè che sa di caffè, amaro al punto giusto, con un’eccellente miscela. Insomma, sarà stato anche il caro Nebbiolo che accompagna quasi tutte le nostre cene fuori porta, ma l’esperienza della Cantinella va provata, anche considerando la parte relative alle pizze, tutte cotte con forno a legna e con ingredienti assai validi. Ma vi sembra che io e Valeria se ci sono dei plin li possiamo rifiutar per una semplice pizza? Giammai!
Il conto per due primi, due dolci, due caffè ed una bottiglia di Nebbiolo di Cordero è di circa 55 euro, una cifra tutto sommato onesta, specie considerando numerosi altri luoghi in Torino dove ceni poco, male, con un servizio pessimo, ma devi onorare il nome celebre del proprietario. Eppoi, dei plin come quelli della Cantinella dove si trovano altrove?

Parigi, 01 gennaio 2009
…Visto che da braaavi bimbi abbiamo preso lo stesso identico menu della scorsa tappa ippopotamesca, per dovere di cronaca aggiungiamo solo qualche cosa:
- stavolta abbiamo bevuto un Beaujolais del 2007, assolutamente favoloso;
- il servizio era ancora più curato nei particolari (e cioè, cameriere che ti versano acqua e vino, cosa singolare in un posto comunque molto easy);
- la carne era forse ancora più tenera della scorsa volta, pazzesco!
- Fabri stavolta non ha digerito gli involtini…cavoli suoi. Così impara a mangiare troppo fritto. :)

Si chiude la partita con 60 euro, un euro in più della volta scorsa, causa vino.

Parigi, 30 dicembre 2008
In giro per la Ville Lumière con Fabri claudicante a causa di uno stiramento, e una pioggia fredda e battente, ci imbattiamo nella famosa catena francese degli Hippopotamus, qualcosa tipo ’steak house’.
Il ristorante apre alle 11.30 del mattino, e a seconda del luogo, sta aperto anche fino alle 5 del mattino…non era il caso nostro, però il Bastille sarebbe rimasto aperto fino alle 3. Alcuni nostri amici ce ne avevano parlato, ma non ci era mai capitato di imbatterci in uno dei locali con la simpatica mascotte.
Entriamo verso le 12. Dei camerieri molto cortesi (cosa che sembra irrilevante, ma per me è fondamentale…Fabri è più diplomatico in tal senso) ci accompagnano al piano superiore, dicendo che è anche più caldo, e noi apprezziamo decisamente il gesto.
Il menu è ricco, con una vastissima scelta di carni. Dopo varie elucubrazioni, optiamo -su mia indicazione- sul menu Hippo Duo, a 16,90 euro. Il menu comprende un entrée + plat o un plat + dessert, a scelta tra quelli proposti per il menu Hippo Trio (ahimè, non li ricordo…). Comunque, Fabri opta per un entrée di ‘involtini primavera con menta’ e poi per lo ‘Steak Hippo’, tenera carne di 190 grammi, cotta ’saignant’ (eh si, ti fanno scegliere sul menu tra 4 livelli di cottura: geniale per chi come me, pur parlando francese, non si ricorda sempre termini come ‘bleue’ o ’saignant’ e quindi la sceglie sempre ‘bien cuite’, perchè è l’unico termine che ci ricorda senza farsi pezzi abominevoli e cacofonici).
Io opto invece sempre per lo ’steak Hippo’, cottura ‘à pointe’ (cioè un po’ meno del ‘bien cuite’ secondo la scala dell’ippopotamino) e poi per una crème brulé, per cui vado matta.
Nel menu sono compresi la ‘garniture’, cioè un contorno a scelta tra patate e altri tipi di verdure, e la salsa: Fabri va di pommes frites e salsa barbecue, io invece sempre di patate fritte ma con salsa al pepe verde.
Io scelgo l’acqua (wow..) mentre Fabri si occupa del vino, scegliendo un Cotes du Rhone (scusate se non ci sono gli accenti) da 75 cl, al prezzo di 17.90 euro.

La cameriera che ci serve è molto gentile e il servizio è semplice, ma veloce. La tavola (piccolina per il clima invernale, in cui hai almeno due maglie, cappelli e cappotto, per non parlare della borsa, che odio sistemare per terra, ma tant’è mi tocca -quasi- sempre) non ha la tovaglia, ma solo una specie di roller al centro.
Arrivano in fretta gli involtini di Fabri, e nonostante io non ami quel tipo di piatto, devo ammettere che sono proprio buonini, e il fritto non ti rimane a metà sullo stomaco come il cinghiale nella pubblicità della citrosodina.
Il personale, durante tutta la durata del pranzo, passa almeno 7 volte (non esagero) a chiederci se va tutto bene…io ne sono lusingata, Fabri dice che forse è a causa del vino, che a pranzo magari in pochi prendono…e poi, parola di giornalista economico, il vino in Francia è un bene di ‘lusso’ a quanto pare. Il che mi stupisce un po’, noi lo beviamo praticamente sempre, ma tant’è.
Arrivano finalmente le agognate bistecche: entrambe hanno un buffo segnacarne con la forma dell’ippopotamo. Manco a dirlo, li nascondo prontamente sotto la macchina foto :) come souvenir. La salsa al pepe è notevole: delicata, ma con ‘carattere’, come amo dire da quando siamo arrivati a Parigi. La salsa barbecue, di solito un po’ troppo forte, è anch’essa notevole. La carne non presenta un solo filo di grasso e si accompagna benissimo con il vino. Si taglia davvero come burro e si scioglie in bocca. Quella di Fabri, ’saignante’, si avvicina tantissimo alla ‘bleue’ tanto è rossa all’interno…davvero ottima.
Per la terza volta nella mia vita (sul serio!) finisco in toto la carne, non ne scarto nemmeno un pezzettino. E già che ci sono, finisco anche le mie frites…la salsa al pepe, tanto desiderata, la lascio a disposizione di Fabri…in realtà, dopo il filetto al pepe verde mangiato vicino al nostro hotel in Parigi, in pieno Quartier Latin, ho paura che mi pesi troppo sullo stomaco (per carità, filetto anch’esso ottimo, salsa compresa…).
Terminato il piatto, scaldati dal vino, e pure un po’ allegri, aspetto con ansia il dolce…che in realtà tarda ad arrivare, e la cameriera addirittura mi dice ‘Je vais chercher le dessert’….?…scusandosi poi per il ritardo. A me va benissimo invece, perchè nel frattempo ho buttato giù la carnina e ho fatto spazio al dolcettino.
Arriva finalmente, con due cucchiai (che gentili!): peccato che il mio stomaco sia davvero pienotto, quindi ne lascio a malincuore un po’.
Fabri nel mentre prende un caffè (americano) e paga: il tutto 59 euro, tutto sommato ragionevole, contando il vino (quasi 20 euro). Inoltre il menu Duo per il nostro stomaco è più che sufficiente e per 16,90 ci hanno servito benissimo e anche un po’ coccolato.
Due righe alticci, ci prepariamo ad affrontare il ritorno (zoppicante, secondo Fabri) alla vita del turista.

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